Fra tempi e spazi

Fra tempi e spazi

Astrid Kofler

 

Adda è l’unica passeggera, è pomeriggio, piove. Un tempo, spiega un cartellone nella stazione a valle, c’erano 39 piloni di metallo. La salita in montagna era un viaggio verso la libertà. Oggi sono solo quattro. Ma il fascino, c’è scritto, è rimasto.
La pioggia di fine estate sferza le vetrate della cabina, la valle è presto immersa nella nebbia, gli alberi sembrano più aggrappati alle rocce che piantati nel terreno, abbracciano le pietre con le radici. Adda si infila due dita nelle orecchie, si strofina e sbadiglia; riequilibrare la pressione, non ci è abituata, la funivia va così in fretta. Otto minuti dopo è arrivata alla stazione a monte, la striscia d’asfalto di fronte alla casetta sembra esalare vapori, poi sfocia in un sentiero di ciottoli e sabbia.
La seconda funivia più vecchia d’Europa, le ha raccontato il controllore, tra pochi mesi compirà cent’anni. Qui “vicinato” voleva dire amicizia, una montagna magica brulicante di miti e leggende. Percepisce già la traccia viva di ciò che ha sentito e letto. L’hotel giace come una chioccia marroncina accovacciata in una buca, come se si stesse facendo un bagno nella sabbia e nel terreno. Adda si presenta alla reception, poi va in camera, posa la valigia su un tavolino e sposta la coperta dal letto. Profumo di vacanze, di prato, di aria. Lenzuola asciugate all’aperto, piume arieggiate all’esterno. Apre la valigia per cambiarsi, deve assolutamente andare nel bosco, subito, il sentiero circolare da due ore, e un’ora dopo la cena. Un programma perfetto.
Cerca la mappa delle escursioni, una maglietta pulita. Il bianco risale il pendio fino al balcone, attraversa i prati, i larici si ergono come cime di cattedrali, ombre verde pastello. Sopra le altre cose in valigia, i libri. Letteratura che si accumula da mesi sul suo comodino, in cucina, nell’amaca sul terrazzino coperto, in bagno. Romanzi d’esordio e libri premiati. Ha fatto rifornimento per le vacanze, ha passato ore nella libreria all’angolo, sfogliando, facendosi consigliare, perdendosi. Voleva finalmente leggere.
Si allaccia le scarpe nuove di zecca, scorre la mano sull’intonaco della camera, i colori morbidi, tira fuori la giacca a vento dalla borsa, la mantella, chiude la porta e va. Sulla terrazza sul tetto il cuoco con l’ombrello controlla le erbe, poi le ricopre cautamente con il telone per proteggerle dalla pioggia. Ad Adda sembra di essere qui da un’eternità, tutto è così aperto, vulnerabile, sensibile, sente il profumo del timo che oltrepassa i muri, scende in profondità e l’accompagna verso il sentiero.
Dietro l’edificio c’è un filo per stendere come ne ha visti solo in qualche film. O in ricordi lontani. Le lenzuola si muovono appena, ancora umide e pesanti. Il filo s’inarca. E di nuovo un profumo desta la memoria di Adda, vede una foto nell’album di famiglia, l’aveva incollata la madre, in alto a sinistra, Adda e i suoi fratelli e sorelle, uno accanto all’altro come assi di un recinto, e sullo sfondo la biancheria. La nonna trovava imbarazzante quella foto, imbarazzanti tutte quelle cose stese sul filo, le mutande di diverse grandezze, slavate, calzini di cotone, slabbrati, grembiuli, consunti, strofinacci, logori. Si vede correre, sente i colpi umidi sul viso, e ode lo sventolio dei tessuti nel vento. Assecondare il soffio del vento in modo da non toccare la biancheria, anche questo era un gioco, aggirare gli spazi fra i panni come le porte di uno slalom. Sua madre appendeva la biancheria sempre al mattino presto, per poi tirarla giù a mezzogiorno. Il pomeriggio la ributtava sul filo e la sera la riprendeva. Non esponeva mai la biancheria al sole del pomeriggio. E non la stendeva neanche con la luna piena. La luna piena lascia sui panni strisce gialle come quelle che lascia il sole a picco.
La biancheria svolazzante rende più lieve la vita quotidiana.
La biancheria della madre, un servizio meteorologico per i vicini. Se lei l’appendeva ad asciugare nel vento, lo facevano anche gli altri. Se lei la ritirava anzitempo, allora anche gli altri sapevano che presto sarebbe venuto da piovere.
Variopinta biancheria nel vento, bandiere di preghiera in ogni parte del mondo.
A scuola una volta Adda dovette disegnare un filo con la biancheria appesa. Disegnò calze, maglie e pantaloni. Alle lenzuola di lino non pensava, per lei era come se non esistessero. Solo adesso pensa che le lenzuola di lino siano storie, storie di nascite, di gioie e di pene, di sudore e di morte. Libri.
Arriva all’incrocio di due sentieri e ne imbocca uno. Non era mai stata qui, le montagne oltre la nebbia e i larici le conosce dalle cartoline, ma adesso non riesce a vederle. Inspira a fondo l’alito del bosco. Intravede una casetta nascosta dietro il legno scuro, le imposte laccate di verde, decorate con stelle alpine e cuori rossi, con fiori e frutti e animali.
Adda penetra nella nebbia. Paura non ne ha.
Per terra, sul terreno umido e marcio del bosco, c’è una scarpa, una sola. La solleva, la scrolla, la mette nello zaino, una scarpa per il balcone in città. Forse un ammonimento, un ricordo, chissà cosa, un souvenir.
Già da bambina aveva trovato delle scarpe, mentre gli altri trovavano funghi. Scarpe da montagna, con e senza suola. Di recente ha trovato un bosco pieno di alberi con scritte rosse e blu. Non erano indicazioni, né segni con cui i guardaboschi avessero indicato gli alberi da abbattere. Sono graffiti, le ha raccontato un tizio. Come gli adolescenti scrivono sui muri per comunicare di essere stati in un posto, in quella località alcune persone segnano i punti dove hanno trovato funghi. In realtà così svelano i propri posti migliori, pensa Adda. E vede un ovolo malefico grande come una palla da golf. Dove c’è l’ovolaccio, non lontano ci sono anche i porcini, diceva sua nonna. Ma lei non si guarda intorno e prosegue.
Adda trova, ovunque. Forse è per questo che la sua vita imbocca sempre vie traverse e mai dirette. Adda non ha mai avuto dei nonni che le raccontassero della guerra, ne sapeva poco. Nel 1938 suo nonno non andò nel Heldenplatz, disse alla moglie che lei se voleva ci poteva andare, ma lui non ci sarebbe venuto. Era il nonno di Vienna, morto nel 1946, prima che il figlio ritornasse dal fronte, morto perché non c’erano medicine che potessero salvarlo. Dovrebbe essere fiera di lui, perché si era tenuto fuori, niente tessere di partito, non era stato un nazista. Potrebbe essere fiera del nonno di Vienna, ma non lo è. Allora forse dovrebbe avercela con l’altro.
L’altro, un sudtirolese, aveva scelto di emigrare nel Reich, all’epoca, nel 1939. Poi non ci era andato, ma aveva optato per andarsene. Non l’avrebbe mai fatto, si raccontava in famiglia, ma cosa se ne poteva sapere col senno di poi. Molti col senno di poi dissero di aver optato per la Germania senza esserci mai andati. Adda poteva crederci, ma non saperlo. La memoria non è fatta che di tracce.
Prosegue nonostante la pioggia sia sempre più intensa. Il bagnato gocciola sulle scarpe nuove, il fango le schizza sui polpacci, i piedi sono caldi. Siamo tutti figli della guerra, poiché lo sono le nostre madri e i nostri padri, poiché allora, quando essa dominava, non c’era nessun posto, nessun giorno senza guerra.
È stata anche qui. Su questo monte dove c’era la libertà. Non ha ucciso nella forma dell’uomo contro l’uomo, di un popolo contro un altro. Ha sottratto a una famiglia il padre e ai figli la spensieratezza delle vacanze. Avevano trascorso qui l’estate, durante la guerra, sotto alberi che amavano scuotere dopo la pioggia, su pascoli dai quali si vedevano le chiare vette, vicino al lago nero e alle pietre a coppelle, di cui nessuno comprendeva il senso. Prendere possesso di una terra, un possesso interiore. Sacrificare agli dei, un’idea che entusiasma Adda da molto tempo.
Gli alti larici ricoperti da licheni argentei, i recinti avvolti nella stessa veste. In lontananza il rumore della seggiovia, l’aveva vista scendendo dalla funivia. Le seggiole retrò che scorrono lungo il filo le ricordano il cigolio dei fili per la biancheria di Venezia, dove vengono tirati da una finestra all’altra, parati di biancheria e spesso con manovelle arrugginite. Sopra il vicolo, sopra il canale, nel vento.
Erano partiti da Vienna, la madre, i figli, il padre, che era germanico, un diplomatico di stanza nella capitale. Erano ospiti di una di quelle famiglie che avevano deciso di restare, si credevano lontani dalla Storia. Quell’altro, il proprietario della casetta qui sotto, divenne uno dei fondatori del partito che qui ha ancora oggi la maggioranza dei voti. Il primo fu impiccato a Berlino il 15 agosto 1944. Diversamente dal suo fratello minore, aiutante di von Stauffenberg, non era stato presente all’attentato del 20 luglio. Tuttavia aveva cospirato, in questo quieto casale e solo poche cime a sud-est. Una volta catturato, davanti al Tribunale del popolo definì Hitler l’esecutore del Male. La rivoluzione era morale, la vita impostata di conseguenza, consapevolmente. Gli ordini non sono ordini.
Aveva cinque figli, uno era stato battezzato Adda, così è scritto. Uno qui non ci era più venuto, nacque quando lui morì. Lei non si aspettava che questa storia, letta tanto tempo fa, le entrasse dentro a tal punto. Si siede su una panchina sotto gli alberi, l’acqua già si raccoglie sull’esile sentiero, lei estrae dalla borsa il cellulare per guardare l’ora. Uno struscio sulla gamba, spavento, la traccia di una chiocciola sulla scarpa. Si rialza e va, come se dovesse infrangere un muro, come per difendersi da ciò che la tocca intimamente. Ma non vuole opporsi. Teme e ama questi momenti al limite, ne ha bisogno.
Di alberi non ne avrebbe mai disegnati, e mai vi avrebbe inciso il proprio nome. Da bambina scriveva sulle pareti, quelle della cucina o della loro stanza di bambini. La madre non imprecava, prendeva il colore bianco e ce lo dipingeva sopra. Dopo qualche settimana il colore era di nuovo lì, giorno dopo giorno scavava nel bianco per tornare alla luce. Finché il padre non prendeva la carta abrasiva e raschiava via i colori a olio. La madre poi dipingeva di nuovo.
Quando il vento soffia nella biancheria bisogna dargli da mangiare, le raccontò una volta la nonna. Non era solo una leggenda. Quando si prende, bisogna anche dare. Adda mette alcuni biscotti su un troncone, è sicura che lì ci vive qualcuno, esseri elementari e invisibili. Fanno la guardia, curano la memoria. Prosegue verso la chiesetta, va avanti ancora e si ritrova davanti a un capitello, tre foto, tre nomi. Tre persone che qui hanno avuto un incidente, c’è scritto, il Signore le ha richiamate a sé troppo presto. Un Cristo con un cuore tirolese. Non c’è scritto come morirono, e Adda non vuole scordare di chiederlo.
La nebbia si fa più fitta, diluvia, il bosco ha un aspetto sinistro. Adda ha ancora vari giorni a disposizione per vedere le pietre a coppelle, la chiesa, il vecchio sacello. Le pietre non sprofondano sotto terra. Tre caprioli vedendola sobbalzano di spavento, li vede partire in fuga. Quelli più grandi saltano oltre il recinto, il cucciolo invece gli corre incontro e ci sbatte addosso, non ce la fa, inizia a mugolare. Adda arretra, la femmina prende slancio e allarga le gambe come un arco e in un istante è dal piccolo, e con lui trova un’altra strada.
Adda passa accanto ai fili per la biancheria, vede le lenzuola appese e gocciolanti. Il filo tiene, benché ciò che lo tira in basso debba essere alquanto pesante. Stando alle previsioni del tempo, domani splenderà il sole. Raggiunge il bar davanti all’hotel, si siede sotto l’aggetto del tetto, all’aria aperta. I tavoli sono bagnati di pioggia, sono in legno naturale, eleganti. Così lisci che le gocce rimbalzano e disegnano anelli.
I suoi genitori per le vacanze andavano sempre in Italia. A poche ore di macchina da qui, a sud. Avrebbero potuto anche andare in Francia o in Spagna. Ma venivano sempre qui. Qui ci vogliono bene, aveva detto una volta la madre, qui non stanno a ricordarci che la guerra è stata la nostra sconfitta. Qui non siamo messi al bando, disse. C’è il destino comune, pensa Adda, ci si è messi d’accordo prima della guerra e anche dopo, quando si trattò di aiutare i nazisti a fuggire. Ma non quassù. O forse anche qui. Dove ci sono ribelli, c’è anche il tradimento. Perché non qui?
In camera si spoglia, fa una doccia calda, lava la camicetta, la appende a una gruccia e l’abbottona, prende l’ombrello e va in giardino, stacca una molletta dalle lenzuola pensanti e fissa la camicetta al filo. La guarda pendere stanca sotto la pioggia. La guarda sventolare e danzare, chiude gli occhi proprio mentre il vento le dà uno scossone. Gli dà gli ultimi biscotti.
Più tardi tira fuori la scarpa dallo zaino e la mette sul comodino. E si chiede a chi sia mai appartenuta. Vuole sapere chi sono i tre morti e cosa c’era prima in quel luogo, davanti alla chiesetta. E cosa ci sia dietro la storia delle sorgenti curative. E del Bärenbad. Se c’è ancora la casetta in cui durante la guerra c’erano ancora famiglia e libertà. Prende un blocchetto e abbozza un programma. Guarda fuori dalla finestra, le pareti di nebbia che si squarciano. In un attimo è buio. Tira fuori dalla valigia i dieci libri. In questa vacanza non ne leggerà nemmeno uno
intero, cinque pagine prima di spegnere la luce, al massimo cinque pagine al giorno.

 

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